Nel 1977, all’apertura della Sezione clinica, Lacan dichiara:
«La clinica psicoanalitica consiste nel discernimento di cose che importano e che saranno massicce non appena se ne sarà presa coscienza».[1]
C’è un punto che consente di fare discernimento a proposito delle pratiche del ben-essere e della pratica analitica (ovvero del ben-dire) ed è il concetto di identificazione.
In Psicologia delle masse e analisi dell’Io, ed in particolare nel capitolo “Innamoramento e ipnosi”, Freud descrive la costituzione di una massa come quella situazione in cui degli individui, estranei tra di loro, si identificano gli uni con gli altri nel loro Io per il fatto di aver messo un unico medesimo oggetto al posto del loro Ideale dell’Io [2].
Fa l’esempio della chiesa, dell’esercito, più in generale si verifica in tutti i fenomeni di massa, in cui c’è “immedesimazione”.
Colloco le pratiche del ben-essere nel solco di questo tipo di identificazione, poiché mirano al raggiungimento di un ideale di funzionamento dell’individuo proposto dalla società odierna, decisamente più che proposto: benvisto, apprezzato, richiesto, anche perché conveniente al buon andamento capitalista. Il ben-essere è un ideale generalizzato – per tutti – che ciascuno si affannerebbe a raggiungere, senza sapere singolarmente nemmeno il perché: avere un certo numero di relazioni, un buon equilibrio tra lavoro e tempo libero, una vita salutista, un amore sano, un’affettività adeguata, un corpo in linea e chi più ne ha più ne metta. Un ideale che si presenta nella forma di un oggetto contabilizzato.
Qual è l’inghippo a ciò che sembrerebbe filar liscio? Sono due.
Il primo: se già per struttura ogni individuo è preso nelle maglie dell’identificazione del suo Altro familiare, nell’ideale del ben-essere è in gioco un’ulteriore identificazione, a ciò che ha valore per l’Altro della società e della cultura, che allontana sempre più la persona dalla propria soggettività e dunque da ciò che di unico c’è nella sua esistenza. È l’alienazione di cui ci racconta Charlie Chaplin in Tempi moderni, solo che oggi siamo passati dalla catena di montaggio all’algoritmo.
Il ben-essere si calcola!
Il secondo: l’algoritmo con la sua offerta infinita spinge a riempire ogni mancanza, nutrendo la speranza che quell’oggetto immaginario (il ben-essere) possa prima o poi essere raggiunto per colmare una volta per tutte ciò che è incolmabile, ovvero la mancanza strutturale al soggetto. Si tratta, chiaramente, di un cortocircuito, tale perché il presupposto da cui si avvia è impossibile da realizzare.
Infatti, come scrive Lacan in Kant con Sade:
“Il principio del piacere è la legge di quel bene che è wohl, diciamo il ben-essere. Nella pratica esso sottometterebbe il soggetto allo stesso concatenamento fenomenico che ne determina gli oggetti. [Ma] nessun fenomeno può arrogarsi un rapporto costante con il piacere. Dunque, di un tale bene non può essere enunciata alcuna legge…”[3].
Per dirla con la scoperta freudiana, non può essere enunciata alcuna legge di un rapporto costante con il piacere perché qualcosa che disturba l’omeostasi, il funzionamento è costitutivo dell’essere umano. È l’al di là del principio di piacere: effettivamente capita solo agli esseri umani di mangiare troppo o troppo poco, fare l’amore a intervalli, dormire una giornata intera o passare notti insonni. Ed è impossibile azzerare quel disturbo, se non al prezzo della morte soggettiva.
Non siamo macchine!
La pratica analitica si avvia da un altro presupposto: che alla base dell’essere umano vi è, appunto, una mancanza incolmabile, cioè l’impossibilità ad unirsi con l’Altro e con la pienezza dell’essere, e che è proprio questo che consente di andare verso la declinazione soggettiva e singolare di tale mancanza, che da un meno può divenire un più che soddisfa il soggetto nella sua irriducibile singolarità.
L’operazione dell’analisi va proprio al rovescio del discorso identificatorio, è un’operazione di disalienazione, di disidentificazione.
Questo capovolgimento non passa dall’adorazioni delle immagini, dalle valutazioni del corpo e della mente, dal punteggio da dare a una relazione per ritenerla felice, o a un rapporto con il proprio corpo senza turbamenti. O peggio da un’identificazione al terapeuta-guru che (si) offrirebbe il modello per la buona vita, quella che in Freud potremmo ritrovare nell’identificazione al padre amato che, stabilendo l’ordine del mondo, ci garantirebbe illusoriamente la protezione dal reale che disturba; con la differenza, però, che oggi l’offerta di un modello da seguire è senza l’amore.
L’operazione analitica passa, piuttosto, dal dire del paziente, un dire che è strettamente legato alle pulsioni, al reale, a quel rapporto molto particolare che c’è tra il simbolico e il reale.
Dove gli stessi affetti sono effetti del linguaggio sul corpo.
Perché a certe parole si piange, si hanno le vertigini, si sente un magone, si prende fiato, ci si alleggerisce? Una giunzione la chiama Lacan.
Ed è su questa giunzione che opera l’analisi, facendo sì che il ben-dire abbia degli effetti nel reale del sintomo dell’analizzante e nel suo rapporto alla mancanza, a tal punto che Lacan pronuncia: il Ben-dire sati-sfa [4]. Ciò apre a cambiamenti e nuove alleanze con la piacevolezza del vivere, con il corpo e l’Altro che non passano dall’obbedienza a un comandamento [5] (come il ben-essere), ma piuttosto, appunto, dal dire indirizzato all’analista, che si fa lì posto vuoto affinché il singolare di ciascun analizzante possa accadere.
[1] « La clinique psychanalytique consiste dans le discernement de choses qui importent et qui seront massives dès qu’on en aura pris conscience »
[2] S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, in Opere, vol. 9, [1917-1923], Bollati Boringhieri, Torino, 2024, p.304.
[3] J. Lacan, “Kant con Sade”, in Scritti, vol.2, [1966], Einaudi, Torino, 2002, p. 765.
[4] J. Lacan, “ …o peggio, Resoconto del seminario 1971-1972”, in Altri Scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 543.
[5] In Kant con Sade, Lacan scrive: “il paradosso è che il soggetto incontra una legge proprio nel momento in cui non ha più davanti a sè alcun oggetto, legge […] che si ottiene da una voce nella coscienza e che vi propone l’ordine di una ragione puramente pratica o volontà.” , op.cit., p. 766.
*Deriva dal latino discernĕre, composto dal prefisso dis- (prefisso di separazione) e dal verbo cernĕre (distinguere);
Nella vocazione spirituale “discernimento” ha a che fare con la parola di Dio non scritta (interpretazione francescana);
Lacan introduce Dieure, neologismo tra dire (dire) e Dieu (Dio) nel Seminario XX (1972-73) e lo riprende in La Terza (1974), riferendosi all’atto che fonda il soggetto, “quel che fa essere la verità”;
È l’operazione analitica…discernere il dire che ex-siste ai detti.
