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pubblicato in Appunti n.163, rivista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi
moderato cantabile

Nel cartello La donna non esiste, sono tutti folli, le donne di Marguerite Duras
mi hanno consentito di interrogarmi sull’oggetto a in una posizione femminile poco
ancorata all’immagine del corpo e al simbolico.
La posizione femminile non è inscritta nell’inconscio, non c’è un significante
universale che dica La donna e il godimento senza nome, e qualcosa si scrive
diversamente nei testi della Duras da ciò che diciamo “sintomo”, come metafora
estratta dall’inconscio strutturato come un linguaggio. È piuttosto una scrittura
sinthomatica, intendendo per sinthomo ciò che include il godimento del soggetto
come evento di corpo refrattario al simbolico. Una scrittura Altra che tiene
Marguerite, così come altra è la scrittura delle sue donne. Il sintomo metafora
“fornisce l’involucro formale come evento di corpo” [1], mentre le donne della Duras
sono in prossimità all’evento di corpo, ingaggiate nel tentativo laborioso di darsi un
involucro tramite l’altro.
Più che nella metafora dell’amore, siamo nel campo della metafora del corpo [2]
e l’amore prende la sfumatura illimitata dell’erotomania: in L’amante, una
giovanissima Marguerite (bambina bianca senza un nome) non può resistere a un altro
che la ama e la chiama. Per Lol. V. Stein, è il rapimento nella triade con Jacques Hold
e Tatiana a essere il momento in cui è inclusa dentro un nodo che si fa, prende
consistenza quel vestito che la sostiene, poiché lei, non avendo un corpo, è altrimenti
ridotta a oggetto a, a punto cieco dello sguardo. Quel nodo che la tiene, seppur in
modo rigido, fa da supplenza alla mancanza del Nome-del-padre, che farebbe
funzionare la nominazione simbolica di un posto per il soggetto, con la mobilità che
ne consegue. Il posto di Lol resta invece non marcato, con la spinta all’infinitudine
che rischia di farla cadere nell’identificazione all’oggetto, lì dove si trova al di fuori
della possibilità di collocare la sua i(a), ad esempio fuori dalla scena del ballo. “Non
sono nata da nessuna parte” [3] dirà M. Duras.
In Moderato cantabile, Anne è catturata dall’oggetto voce di una donna al di
là di quella finestra che la regge per mezzo del suo bambino-fallo, che però è
insufficiente a renderla Altra a se stessa. La scena guardata – di una donna riversa,
uccisa da un uomo – è l’avvio per una collocazione del desiderio di sapere come essere
l’a del godimento di un uomo fino a quel punto lì. Ciò che terrà Anne, al di qua di una
deriva che le annienta il corpo, è la menzogna che reclama di ascoltare da un uomo:
raccontami ciò che sai di quella coppia. Rapita da quella menzogna, farà di Moderato
cantabile l’enigma che funge da limite, sempre precario, alla realizzazione di quel
desiderio di morte. La Duras, infatti, ne dirà: “È stata ancora follia per tutto l’inverno.
Dopo è diventato meno grave, una storia d’amore. Più avanti ancora ho scritto Moderato cantabile” [4].
In questo nodo tra lei, la scrittura e il suo lettore rapito, Duras trova il modo
sinthomatico per fare di quell’oggetto voce che marca la disperazione sin
dall’infanzia, ciò che le permette piuttosto di stare al mondo, attraverso la scrittura
degli arrangiamenti delle sue donne. Quella musica non analizzata, non pensata, non
letta, che parla: “Anche la musica, è il divino. Bisogna cercare molto per trovarlo nella
scrittura, io l’ho trovato: il vento del divino soffia nelle grandi foreste di Racine” [5].
È in gioco qui ciò che non passa dalla rimozione edipica, ma piuttosto dalla
rimozione originaria che tocca il godimento singolare e quel particolare bordo del
saperne attorno; ciò che fa buco alla psicoanalisi come pratica simbolica della parola
permettendole così di esistere. Quello che del femminile c’è nel sapere e che una
Scuola di Psicoanalisi si trova ad arrangiare con l’impossibile che vi è incluso. È ciò
che Lacan scrive con S(Ⱥ).
Il cartello può avvenire come esperienza di bordo del sapere attorno a un buco,
tenendo a suo fondamento, così come è nell’esperienza di Scuola, il fatto che
“L’analista non esiste”, così come “La donna non esiste”. Esistono perciò gli analisti,
come esistono le donne, che si arrangiano sinthomaticamente. È forse il cartello un
modo per produrre una forma sinthomatica del sapere all’interno della Scuola? Una
produzione che, includendo la traccia singolare di ciascuno, rende il sapere nella
Scuola analitico e non accademico, non padronale, non-tutto retto dalla significazione
fallica, un insieme inconsistente di solitudini.
Attraverso il transfert di lavoro e i significanti che si muovono, il cartello
rende, infatti, abbordabile l’incontro con il vuoto della garanzia di sapere. Un po’
come il piccolo Hans che fa una costruzione di significanti, dietro la quale fluttua la
macchia nera, il flou, l’hétéros “Il nostro piccolo indagatore [però] non fa che rendersi
conto fin d’ora che ogni forma di conoscenza si acquista solo per gradi, e che ogni grado superato lascia un residuo insoluto”  [6].
Quel residuo insoluto con cui il piccolo Hans si rompeva il capo, cioè “che
cos’abbia a che fare il padre con i bambini, giacché è la madre che li mette al mondo” [7]
diverrà musica, annodandosi proprio a una traccia di godimento del padre. Cioè Hans
farà qualcosa di ciò che resta della costruzione dei significanti fobici, nel momento in
cui questa svanirà.

Per inverso, un’esperienza di cartello senza residui può, a volte, rilevare di
una logica che ha piuttosto simbolizzato […] l’eliminazione del resto. Nella relazione sessuale, in effetti, in quanto l’organo è sede della detumescenza, il soggetto può avere da una parte l’illusione – sicuramente ingannevole ma non di meno soddisfacente – che non vi sia resto o quantomeno che vi sia soltanto un resto completamente
evanescente [8].

In cartello, ciascuno – in solitudine – produce un sapere proprio sul posto
vuoto del non esiste, significante ultimo che risponda e risolva la domanda di sapere,
ed è la traccia di una trasformazione in quel desiderio di sapere che non esaurisce la
questione, anzi, lasciando che qualcosa d’altro cada – un resto – fa un passo verso il
nuovo. Un sapere che si costruisce sull’etica dell’ininterpretabile di cui Lacan ci
avverte affinché la psicoanalisi non diventi una pozione da ingoiare [9], che la
renderebbe insufficiente alla sua mira: la differenza assoluta. È ciò che fa la chance,
ogni volta, di lasciare che qualcosa del ben-dire produca un resto.
Cos’è il resto se non la traccia di quell’ ininterpretabile, di quella faglia beante in cui può avvenire l’atto della sua produzione?
In ciò, non solo l’esperienza di cartello si annoda all’esperienza analizzante,
ma siamo anche sul liminare del cartello della passe, la cui presenza nella Scuola è
l’affermazione che questa sa di non sapere cos’è un’analista, resto dell’operazione
analitica, e, ciò nonostante, cerca sempre di saperlo, uno per uno.

[1] J.-A. Miller, L’inconscio e il corpo parlante, in AA.VV., Il corpo parlante. Sull’inconscio nel secolo XXI, Alpes, Roma 2016, p. XXVIII.
[2] Cfr. J.-A. Miller, Le corps dérobé. À propos du ravissement, in La Cause du Désir, n. 103, Navarin Èditeur, Paris 2019, p. 26.
[3] M. Duras, La vita materiale, Feltrinelli, Milano 1988, p. 67.
[4] Ivi, p. 22.
[5] Ivi, p. 80.
[6] S. Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans) [1908], in Opere, vol. 5, Boringhieri, Torino 1972, p. 554.
[7] Ivi, p. 553.
[8] J. Lacan, Il Seminario. Libro XIV. La logica del fantasma [1966-1967], Einaudi, Torino 2024, p. 200.
[9] Cfr. J. Lacan, La mispresa del soggetto supposto sapere [1967], in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013,pp. 332-335.

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